112 anni di Cosenza tra orgoglio e frattura: il compleanno che racconta una città divisa
Ci sono anniversari che accendono l’entusiasmo e altri che costringono alla riflessione. I 112 anni del Cosenza Calcio appartengono alla seconda categoria. Non è un compleanno come gli altri, non è soltanto una cifra da celebrare. È una ricorrenza che arriva in un clima complesso, attraversato da una distanza ormai evidente tra la piazza e la proprietà.
La città continua ad amare la propria squadra, ma fatica a riconoscersi in chi la guida. E questo scollamento non nasce da un risultato negativo o da una stagione complicata. È il frutto di un logoramento progressivo, sedimentato nel tempo, diventato parte della quotidianità.
Un anniversario che pesa più del solito
Il punto non è la classifica, né una singola partita. È la sensazione diffusa di aver perso un legame. La frattura tra tifoseria e società non appare più come una crisi temporanea, ma come una separazione strutturale. Quando una piazza come Cosenza si allontana, non lo fa per impulso o per moda. Lo fa perché si sente tradita nelle aspettative, nel dialogo, nella condivisione di un progetto.
Il segnale più visibile di questa rottura è lo stadio “Marulla”. Un tempo simbolo di passione e identità, oggi racconta un vuoto che va oltre il dato numerico. Non è semplice disaffezione sportiva: è una forma silenziosa ma potente di dissenso. Il tifo non si è spento, ma si è trasformato in distanza.
Celebrare 112 anni in questo contesto significa guardare in faccia una realtà scomoda. Non basta evocare la storia gloriosa del club, non basta riempire i social di messaggi celebrativi, se il presente appare separato dalla sua gente.
La distanza con la gestione Guarascio
La gestione di Eugenio Guarascio è diventata il punto focale di questo malessere. Non si tratta di una contestazione episodica, ma di un’incrinatura profonda che ha progressivamente trasformato il dissenso in disillusione.
Il problema non è soltanto tecnico o sportivo. È una questione di fiducia. Quando viene meno la percezione di un progetto condiviso, quando manca il dialogo con il territorio, il rapporto si consuma. E a Cosenza questa sensazione è diventata quasi normalità.
La società resta, il club esiste, ma il legame emotivo con la proprietà si è progressivamente assottigliato. È questo il nodo che rende l’anniversario così amaro.
L’amore per il Cosenza oltre ogni rottura
Eppure, dentro questo scenario, c’è qualcosa che resiste. È l’appartenenza. L’amore per il Cosenza non è mai stato legato esclusivamente a una dirigenza o a una categoria. È un sentimento radicato, identitario, tramandato di generazione in generazione.
Se oggi c’è rabbia, è perché c’è ancora passione. L’indifferenza sarebbe molto più pericolosa. Invece la città continua a discutere, a soffrire, a pretendere. Questo significa che il legame con la maglia non si è spezzato.
I 112 anni del Cosenza non sono il compleanno di una squadra spenta, ma di una comunità ferita che non si arrende. È una ricorrenza che racconta una frattura evidente, ma anche una fede incrollabile. Si è incrinato il rapporto con la gestione, non l’amore per il club.
E forse, oggi, il modo più autentico per celebrare questa storia è proprio riconoscere questa verità: tutto può cambiare, ma il sentimento per il Cosenza resta.
